Stefano Gorla
Gli auguri di quest'anno li faccio in chiave moderna:
Pino Santoro, Natività, 2004

Swingle Singers, Noels sans Passeport, Jingle Bells
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- Primo giorno: arrivo, mission pizzoccheri alla Red House, nanna. Qui
- Secondo giorno: visita a Copenhagen, merenda a base di Smørrebrød, birra e Dixieland al Jazz Pub, visita notturna al DTU. Qui
- Terzo giorno: Castello di Hillerød, visita a Christiania, biblioteca della DTU. Qui
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Welby: come ti piazzo il morto in politica
(Link all'articolo originale) 0 Commenti Pubblicato da Argante il 23 dicembre 2006 alle 12:42.Il Vicariato di Roma sulla richiesta di funerali religiosi per Piergiorgio Welby
Vicariato di Roma
Ufficio stampa e comunicazioni sociali
Comunicato stampa del 22 dicembre 2006
In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti.
Welby è morto e sappiamo tutti com'è andata: mercoledì sera, poco prima della mezzanotte, un anestesista di Cremona, Mario Riccio, lo ha sedato e contestualmente gli ha staccato il respiratore. Dopo 40 minuti Welby è morto.
Nei pochi giornali in edicola potete trovare cronache più dettagliate.
In conferenza stampa ieri, e nelle tante interviste televisive, i radicali e il dottor Riccio hanno ripetutamente dichiarato che è stato fatto tutto nei termini della legalità. Certo, come abbiamo detto più volte, Welby aveva diritto a rifiutare il respiratore, ed i medici avevano il dovere di sedarlo. E allora? Cos'è successo veramente?
Per capire se si tratta di eutanasia o sospensione dei trattamenti, Mario Riccio e i radicali dovrebbero rispondere ad una domanda: com'era la sedazione data a Welby? Era una sedazione per non farlo soffrire al momento del distacco del respiratore, oppure era una sedazione "robusta" ed irreversibile, data per uccidere? Qual era l'intenzione del medico?
Non a caso ieri sera, a otto e mezzo, Marco Cappato si è rifiutato di rispondere a questa domanda, fattagli da D'Agostino. Eppure è una questione sostanziale: anche i medici di famiglia prescrivono ansiolitici e tranquillanti. Se ne prendi in dosi consigliate ne hai sollievo; se ne prendi una scatola intera ti ammazzi: è questione di dosi. E anche l'intenzione del medico è importante: nella normale giurisprudenza un omicidio progettato a tavolino viene giudicato e punito diversamente da un omicidio avvenuto non intenzionalmente (ti dò un pugno, cadi, sbatti la testa e muori).
Quindi la prima domanda è: di che tipo di sedazione si è trattato? E poi: che differenza c'è fra la sedazione proposta dal Dottor Casale e quella effettuata dal dottor Riccio? Perchè Welby ha rifiutato la prima e accettato la seconda?
Altra questione: Marco Cappato e il dottor Riccio hanno ripetuto che è stato fatto tutto nella legalità. Il dottor Riccio ha spiegato che decisioni di questo tipo vengono prese quotidianamente negli ospedali. Bene: e allora perchè Welby ha scritto al Presidente della Repubblica, addirittura? Perchè aspettare 88 giorni dalla sua richiesta di sospensione dei trattamenti, mettere in mezzo tribunali, giudici, politici, per fare una cosa che si fa tutti i giorni in ospedale? Se Welby si sentiva torturato, e nella totale legalità si poteva sospendere il trattamento senza soffrire , facendo qualcosa che si fa ogni giorno in ospedale, perchè aspettare tutto questo tempo?
Se si fa tutti i giorni in ospedale allora vuol dire che i medici non rischiano la galera. Non c'era nessun diritto da far valere, o no? "Un passo avanti nella certezza del diritto". Verso dove?
Le cose sono due: o quello che è stato fatto a Welby è perfettamente legale, e allora non c'è vuoto legislativo, si fa tutti i giorni in ospedale, e tutta questa faccenda è stata costruita sul nulla. Oppure Welby ha fatto qualcosa che la legge non permette, ma allora si parli apertamente di eutanasia.
Finché non si risponderà esplicitamente a queste due domande, non si potrà dire con certezza cosa effettivamente sia successo: eutanasia o sospensione del trattamento.
La verità è che la vicenda e la morte di Welby sono stati un gesto politico, come hanno detto più volte i suoi amici radicali. E se la sua morte addolora, e merita rispetto, come sempre fa la morte di un uomo, specie di una persona che ha sofferto come lui, tutta la sua situazione è stata strumentalizzata per innescare e imporre un dibattito pubblico di cui nessuno sentiva l'impellente necessità, se non nei contenuti, sicuramente nei modi. La sua malattia e la sua volontà di sospendere i trattamenti sono stati messi sotto i riflettori per tre mesi, per portare forzatamente l'eutanasia nell'agenda politica.
E poi, come ha scritto Eugenia Roccella "La prima conseguenza del modo che i radicali hanno scelto per far entrare di forza l'eutanasia nell'agenda politica è il ricorso alla magistratura, perchè tutto deve essere chiarito dalla rigidità di un preciso articolo di legge, tutto deve essere normato, e ogni situazione deve essere incasellata in una casistica. E' sorprendente come i radicali non si rendano conto che, insistendo in questa direzione, la libertà individuale, che a parole si vuole difendere, verrebbe stritolata dalla spersonalizzazione burocratica".
Da ultimo, un'osservazione: il dibattito confuso di questi tre mesi ha dimostrato che senza una conoscenza dettagliata dei fatti, anche tecnici, è difficile rendersi conto di cosa si sta parlando. E senza entrare nel merito dei fatti, non si riesce a giudicare e tantomeno ad essere efficaci nella battaglia politica (perchè questa è stata, il "caso Welby"). E' questa la caratteristica di tutti i temi che riguardano la biopolitica, soprattutto in alcuni ambiti. Parlando di aborto è chiaro a tutti di cosa si tratta. E anche certi aspetti della fecondazione in vitro, anche se complessi nel merito, partono da un dato biologico incontrovertibile, e cioè che tutto nasce dal fatto che adesso un bambino si può concepire in laboratorio e non solo nel ventre di donna.
Sulla questione eutanasia, invece - ma non solo - è necessaria una maggiore conoscenza dei termini della questione, altrimenti quello pubblico è un finto dibattito, ma solo una gran confusione in cui non si capisce più di cosa si sta parlando, e inevitabilmente vince chi ha la voce più grossa.
Vedremo cosa porterà questa brutta storia.
La denuncia del filosofo Michel Schooyans: «Aborto e eutanasia sono i cavalli di Troia di un'ideologia antinatalista che, un passo alla volta, mina le radici della vita. Perché i laici lasciano sola la Chiesa nella difesa dell'uomo?»
Di Lorenzo Fazzini
La dignità della vita umana è minacciata da un «terrorismo dal volto umano», altrimenti detto «bioterrorismo» . Il quale, facendo leva su una subdola «ingegneria verbale», colpisce a livello internazionale il fondamentale diritto del nascere e del morire dell'uomo. La denuncia è di Michel Schooyans, docente di filosofia politica all'Università di Lovanio, in Belgio, che di recente ha pubblicato un volume in cui mette sotto accusa le politiche demografiche delle agenzie Onu. Si tratta di Le terrorisme à visage humain (edizioni François-Xavier de Guibert), scritto in collaborazione con Anne-Marie Libert.
Professor Schooyans, la copertina del suo ultimo libro è choccante: «Il terrorismo dal volto umano» viene spiegato con una foto dell'assemblea generale delle Nazioni unite. Perché?
«Questa scelta rivela una delle tesi centrali del testo: l'Onu è in effetti uno dei principali agenti della deriva che denuncio. Questa azione si esercita soprattutto attraverso delle sue agenzie come il Fondo delle Nazioni unite per la Popolazione (Unfpa), l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l'Unicef, ecc. Si può sperare che i principali organi che compongono le Nazioni unite siano fedeli alla missione definita dalla Carta di fondazione dell'organismo internazionale: promuovere i diritti dell'uomo, la giustizia, lo sviluppo e la pace».
La deriva che lei va evidenziando è il «bioterrorismo» , termine che di solito per indica la possibilità di attacchi terroristici con armi biologiche. Cosa intende lei con questa espressione?
«Mi riferisco all'utilizzazione della biologia, della medicina, ma anche della filosofia del linguaggio, della demografia, del diritto e di altre discipline per attentare alla vita dell'uomo e per dominarla. Siamo in presenza di una rivoluzione culturale, di un cambiamento perverso di queste discipline che, per loro natura, dovevano restare al servizio degli uomini».
Nel suo libro lei stigmatizza la presenza, nei documenti di marca Onu, di una «ingegneria verbale» che conduce alla «decostruzione dell'essere umano». Cosa significa?
«Le rispondo con l'esempio di un ragionamento fallace, un vero sofisma. È risaputo che la pillola del giorno dopo causa un aborto precoce. E invece, dagli anni Cinquanta in poi, si è sempre giocato con le parole; le si commercia, si imbroglia la gente con i termini. Si continua a martellare la gente con un ragionamento mistificatore, così esplicabile: "Non c'è aborto prima dell'annidamento dell'ovulo fecondato. La pillola contraccettiva agisce prima; dunque essa non è abortiva". Si restringe il significato del concetto di "aborto" per poter "stabilire" il fatto che la pillola non è abortiva».
Lei denuncia un'ideologia antinatalista di cui sono intrisi i documenti ufficiali che escono dagli enti affiliati all'Onu.
«Nei testi delle organizzazioni internazionali citate sopra, appare esplicitamente l'ispirazione malthusiana: sulla Terra ci sarebbero troppi poveri e quindi bisognerebbe controllarne il tasso demografico. Nelle stesse dichiarazioni compare anche l'ideologia neomalthusiana, ovvero il diritto di tutti al piacere sessuale senza rischio, cioè senza la nascita di bambini. Spesso le due fonti di ispirazione si combinano negli stessi documenti».
A proposito delle agenzie Onu e dei loro interventi nei Paesi in via di sviluppo: lei parla di «tattica del salame» per indicare come questi organismi agiscono verso le confessioni religiose ivi presenti. Di che cosa si tratta?
«Questa strategia è stata messa a punto in Ungheria nel 1947 dall'allora segretario generale del partito comunista locale, Mátyás Rákosi. Essa cerca di condurre gli avversari a sottoscrivere, poco a poco, in maniera impercettibile, quei programmi che essi rifiuterebbero se fossero loro sottomessi in blocco. Il ricorso a questa tattica è oggi molto comune da parte di chi è nemico della vita umana. Questa metodologia è facil itata dall'uso dell'antifrase, facendo dire alle parole l'esatto contrario di ciò che esse significano abitualmente. Sotto il termine "salute riproduttiva" si nasconde il diritto all'aborto; la parola "eutanasia" nasconde l'atto di dare la morte. La stessa giurisprudenza viene così sfregiata nella sua dignità perché ciò che è giusto o sbagliato viene definito con un atto di pura volontà del più forte».
Vi è un ruolo specifico delle religioni, non solo del cristianesimo, nell'affrontare e contrastare il «bioterrorismo» ?
I cristiani non hanno il monopolio della difesa della vita umana. Il rispetto della sua dignità è ben presente nell'intimo di tutte le grandi tradizioni filosofiche, morali e religiose dell'umanità. Laddove il diritto alla vita non è rispettato, tutti gli altri diritti sono minacciati e la democrazia diventa impossibile. Oggi la Chiesa si trova molto sola nella difesa di questo diritto fondamentale. Di fronte al "terrorismo dal volto umano", il mondo attende dalla Chiesa e dai suoi pastori parole chiare, informate, forti e unanimi. Un eccesso di circospezione farebbe diventare un'ipotesi la credibilità della Chiesa e l'autorevolezza dei suoi pastori. Non è mai stato così pressante il dovere profetico della Chiesa».
(C) Avvenire, 12-11-2006
Arriviamo alla Centralstationen, scendiamo dal treno e subito il nostro olfatto viene subito appagato da un aroma che avevamo ormai rimosso da giorni: profumo di caffè! Il nostro cervello inebriato ci porta verso la caffetteria della stazione, ma quella minuscola parte ancora logica e razionale dell'organo pensante timidamente ci ricorda: "ehm, scusate se interrompo ma voi avete cambiato in tre 15 Euro in corone svedesi... giusto il necessario per mangiare un panino... siete proprio sicuri di volere il caffè?". Sicché dietro-front, addio caffè e via verso la città di Malmö.
Il primo particolare che descriviamo è di stampo tecnico-ingegneristico-civile: in Italia più un cantiere è oscurato, chiuso da assi di legno marchiati "Divieto di Affissione" e più si pensa "caspita, chissà che lavori staranno facendo per essere così misteriosi"; a Malmö hanno montato un palchetto per permettere alla gente di vedere lo stato di avanzamento dei lavori con tanto di moquette verde e di "tavola sinottica" che illustra i lavori già completati, ciò che si sta costruendo e cosa avverrà in futuro. In Italia se una persona non addetta ai lavori entrasse in un cantiere il muratore - vestito con la canottiera blu a righe e il cappellino di tela bianca con scritto "Cementificio MERONE" - si affretterebbe a correre incontro all'estraneo dicendo "a signnnò, attenzione che c'è 'a pozzzzanghera e ssse 'nzozza!"; a Malmö tutti gli operai che abbiamo visto indossavano tuta integrale giallo fosforescente, scarpe anti-infortunio, casco idoneo e occhiali di protezione... e all'entrata del cantiere abbiamo notato una telecamera di videosorveglianza e il tastierino numerico dove digitare il codice della serratura!!!!
Ci dirigiamo verso Västra Hammen, il quartiere più in avanguardia che ospita il simbolo della città, il curioso grattacielo a forma di "vite" ideato da Santiago Calatrava. Osservazione:
a- Copenhagen, simbolo della città: sirenetta; posizione: Østerport, due fermate di treno prima del centro città.
b- Malmö, simbolo della città: grattacielo, posizione: a 20 minuti a piedi dalla stazione centrale... MA POSSIBILE? Se mi vu a Milan, ul domm al troevi subitt!! Devi minga fa ul giir foeu da viale Certosa, e andà a cercall visin all'Ikea da curman! Invece no, se Roma fosse nel nord Europa probabilmente il Colosseo l'avrebbero costruito a Monte Spaccato!
A parte ciò, giungiamo con non poca difficoltà a causa del vento forte e gelido al Turning Torso, opera del già nominato ingegnere e architetto spagnolo. Io e Mark ci teniamo a precisare che è l'appartenere alla categoria degli ingegneri che fa onore all'architetto Calatrava, e non il contrario (cioè che all'ingegner Calatrava non fa onore essere architetto...).
Tornando verso il centro passiamo dall'Öresunds parken (dove scattiamo qualche foto a noi, al porticciolo e all'area ricreativa per cani...), dalla Turbinen (una rotonda il cui verde visto dall'alto richiama la forma di una turbina... purtroppo non potevo arrampicarmi su un palo della luce per far la foto!), dal Teknikens o Sjöfartens hus (il museo della scienza e del mare), dal Fiskehoddorna (ambiente caratteristico di pescatori, con vendita di pesce fresco) e dal Malmöhus, il più antico castello rinascimentale scandinavo giunto fino a noi che oggi ospita il museo civico cittadino.
Il centro città è molto meno affollato rispetto a Copenhagen. Passiamo dalla Stortoget, la piazza principale sulla quale si affacciano il palazzo municipale (Rådhuset) e la Farmacia Lejonet dall'arredamento esclusivo, dalla Lilla torg, piazzetta circondata da bellissime case ristrutturate risalenti a diversi secoli fa, dalla Chiesa di S. Petri, costruita in stile gotico di Lubecca (particolare musicale: all'interno della chiesa ci sono: un organo monumentale sulla balconata in fondo, un pianoforte a mezza coda a sinistra dell'altare, un clavicembalo dietro l'altare, un organo positivo in una cappella laterale e a destra dell'altare un organo a due tastiere, due timpani e i leggi per l'orchestra) e infine dalla ex chiesa di S. Gertrude (oggi sede di uffici...). La nostra visita a Malmö termina qui; prima di entrare in stazione notiamo il parcheggio delle biciclette: una enorme chiatta galleggiante su un canale, che avrà ospitato almeno 500 biciclette!
Torniamo stanchi ma felici alla stazione centrale di Copenhagen, dove recuperiamo i bagagli, e facciamo l'ultimo biglietto, quello che ci porterà in aeroporto. Eppure non siamo convinti... manca qualcosa... ah, si! ecco! L'ultima birra danese in compagnia del Tatta! Ora possiamo salutare "il danese studente", ringraziare lui e i suoi co-inquilini per la splendida ospitalità alla Red House e recarci (sempre più stanchi, sempre più felici) all'aeroporto.
Citando e pastrugnando il finale di un romanzo di Vladimir Volkoff:
"L'aeroplano romba, vibra, si mette in moto e l'enorme macchina, centimetro per centimetro, scivola sulla pista, la ingombra completamente. Si direbbe che l'aeroporto si sia messo a correre. Sono le 20.50. Prima delle 23.15 Ste e Mark saranno 'rientrati'".
Fine della cronaca del viaggio. (prossimamente sostituirò le foto esterne con foto mie e scriverò un post su tutto ciò che mi son dimenticato di scrivere!)
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Altro particolare curioso, nella sala delle udienze al secondo piano del castello, appena entrati sulla destra c'è una botola aperta, circondata da transenne. Guardiamo nella botola e vediamo una... sedia con un ripiano di legno per appoggiare i piedi, il tutto montato su quattro guide di legno! Quell'arnese è un proto-ascensore fatto costruire da re Non-mi-ricordo-il-nome che essendo debole di gambe faticava a fare le scale, per cui si è fatto fare l'ascensore! E' un ingegnoso sistema tutto in legno ancora oggi funzionante!
Che il tempo da quelle parti sia tiranno si sa... ma non credevo così bastardo dentro! Fino all'una di pomeriggio il sole ci ha accompagnato durante tutta la visita al castello (e sottolineo all'interno del castello)... usciti, ha cominciato a diluviare nella maniera più infame... uno scroscio, poi nulla, un altro scroscio, poi ancora nulla, e poi la secchiata d'acqua conclusiva fino alla stazione dove oltre al treno abbiamo preso un cibo tipico danese: panino preconfezionato con pollo, peperoni, insalata e maionese... un toccasana per stomaci già provati all'esperienza del burger king!
Abbandoniamo Tatta alla stazione di Lyngby e mentre lui, bicimunito, si dirige al DTU per terminare il progetto di Air Pollution, io e Mark facciamo una capatina a København per visitare il quartiere di Christiania, sull'isola di Christhavn. Al contrario di quanto possa richiamare il nome, c'è ben poco di "cristiano" in quel quartiere: negli anni '70 un gruppo di hippie occupa dei vecchi edifici militari abbandonati, e da quel momento il governo non è piu riuscito a scacciare gli scomodi abitanti, i quali non pagano le tasse, vivono in uno status semi-legale di accordi ed espedienti con il governo danese e nella via principale spacciano l'hashish come se fosse prezzemolo. Io e Mark [da buoni ingegneri] avremmo voluto entrare: corre un mito che gli abitanti del quartiere vivano in modo completamente ecologico, abbiano degli strani mezzi di trasporto e siano praticamente autonomi rispetto a tutto il resto del mondo, ma viste le facce di alcuni passanti che entravano e uscivano dal quartiere abbiamo ritenuto che la nostra incolumità fisica fosse al sicuro solamente lontani da quel tugurio! Comunque l'isola di Christhavn (letteralmente porto di Cristiano, uno dei regnanti passati) è molto caratteristica, con le facciate delle case molto colorate e un nugolo di navi di ogni sorta di età e dimensione attraccate al porto. Facciamo un salto sotto la piazza principale, dove si può prendere la metropolitana, simile a quella costruita a Torino per le Olimpiadi, è un gioiello tecnologico driver-less costruito dall'italiana Ansaldo Finmeccanica.
In Danimarca in questo periodo il sole tramonta prestissimo: sorge attorno alle 7.30 e alle 16 è già buio, quindi salutiamo Copenhagen by night e ci dirigiamo all'edificio 101 della DTU, dove Tatta ci aspetta in biblioteca. Il posto è veramente spettacolare: è un enorme open space di più piani, al piano terreno c'è un'area relax arredata con tavolini e divanetti (e c'è pure una scacchiera gigante), al primo piano un'area studio immensa, centinaia di pc collegati ad internet, al terzo piano credo uffici e al soffitto della tromba delle scale sono appesi un aereo bielica (credo a grandezza reale) e il modellino di un satellite! Terminata la visita alla biblioteca (e concluso il pomeriggio di studio di Tatta) torniamo verso casa: Garret sta preparando un ottimo burrito e arriviamo giusti in tempo per iniziare a mangiare! Siamo veramente stanchi, quindi la serata termina con il caffè (solubile...bleah!), l'immancabile Genepì e l'adorato sacco a pelo!
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Secondo giorno. La tattasveglia suona alle 7.30, proprio mentre Mark, che si sognava di scaricare le e-mail, era sul punto di inserire nome utente e password; non chiedetemi come mai, ma ci alziamo dal letto alle 8.15; dopo un'abbondante colazione a base di the, biscotti digestivi e... pane (nutella finitaaaaaa) partiamo per il giro turistico di Copenhagen. Dopo aver viaggiato sul "Tog 183" (bus numero 183) prendiamo un treno veramente spaziale che da Lyngby station ci porta alla fermata di Østerport, la fermata più vicina alla sirenetta di Andersen, il simbolo di Copenhagen. Una bufala... molto meglio vederla in foto e credere che dal vivo sia proprio così! A parte ciò, la giornata è stata un eterno girovagare per København: l'Opera House, l'Amalienborg (piazza circondata dai palazzi della residenza della regina Margherita [no, non mangia il pollo con le dita...] dove abbiamo assistito al cambio della guardia. La tappa successiva è stata la Marmorkirken, una chiesa evangelica (o riformata... boh...) a pianta circolare con cupola, lontanamente ispirata al cupolone di S. Pietro. Particolare: troviamo all'ingresso un cartello che pubblicizza una stagione di concerti tutti in Marmorkirken interamente dedicata al "Messiah" di Händel; inoltre durante la visita sentiamo che un organaro sta accordando il nuovo organo della chiesa. Da noi certe cose ce le sogniamo. Cammina cammina cappuccetto rosso... ops ho sbagliato favola... arriviamo a Nyhavn, il luogo che si vede sempre ritratto sulle cartoline danesi. Fatte le debite foto ci immergiamo in due vie chiamate Strøget e Købmagergade, le "vasche" di Copenhagen.
Dopo il pranzo in un tipico locale danese (ok, era il Burger King...) ci dirigiamo verso i giardini di Tivoli al di la della Radhuspladsen, piazza che ha appena ospitato il MTV Music Awards e sulla quale si staglia il "Københavns Radhus", il municipio. Tivoli è uno dei più antichi parchi divertimento d'Europa. Non siamo entrati per via dei costi esorbitanti di qualunque cosa abbia a che fare con la Danimarca (e che non sia la birra...). Passando davanti al Museo Nazionale, alla Christiansborg (la piazza e il palazzo del parlamento), alla Børsegade (la via del palazzo della Borsa) giungiamo al castello di Røsenborg, al secolo uno dei palazzi di Cristiano IV, oggi sede del museo del tesoro reale e del tesoro stesso. Nel parco abbiamo ammirato la statua di Hans Christian Andersen. Ultima meta della giornata: The Long John, un tipico Jazz Pub dove gustando degli ottimi Smørrebrød accompagnati da un'ottima birra abbiamo ascoltato un concerto live di Dixieland, suonato da un gruppo locale.
Il resto della serata? la cena alla Red House (fusilli con sugo a base di chili preparato dal tatta) e una visita ad un databar del DTU: delle enormi aule attrezzate con computer, dove grazie al badge degli studenti si può accedere e lavorare ventiquattr'ore al giorno. Ne sa qualcosa il Tatta, che ieri sera ha giocato a calcetto con Garrett l'Americano (ed ha pure perso), ha iniziato a lavorare ad un progetto alle 2 di notte per finire alle 6... e alle 7.30 la sveglia ci ha buttato giù dal letto per... la prossima puntata del diario!
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Premetto che non so quanto riuscirò a scrivere: ho sotto le mie dita una tastiera danese, e per di più è quasi mezzanotte e mezza. Ebbene si: sono in un'aula computer dell'università e mentre scrivo Tatta e Marazzi stanno sfidando Garret a calcetto. Ma andiamo con ordine.
Tutto cominciò a... Malnate!
Io e Mark domenica abbiamo deciso di raggiungere Malpensa in treno: grazie al malpensa express spendi tutto sommato poco (6 €) e raggiungi l'aeroporto in modo sicuro e (quasi) esente da rischi... difatti se si esclude che le ferrovie sono italiane, la probabilità che si verifichi un'incidente sulla rete ferroviaria è minore che quella di trovare coda sull'autostrada. Così, alle 7.45 di una mattina di Dicembre ci ritroviamo nella stazione delle Nord a Malnate diretti verso... Copenhagen! Ma it doesn't matter, (espressione che tatta ha detto in due giorni credo ottomila volte, volta più volta meno...) perchè l'importante è arrivare in stazione a Malpensa. Strano ma vero i treni sono puntuali e arriviamo a Malpensa. Dov'è l'inghippo? Sull'aereo il comandante prima del taxi fino alla pista dice che avremo un ritardo di circa 15 minuti perchè... c'è coda sulla pista!
Comunque risolto quest'impiccio, decolliamo e dopo un volo di circa un'ora e 50 minuti (durante il quale dal finestrino si vedono solo nuvole, nuvole e ancora nuvole) atterriamo a Copenhagen. Il tempo è più o meno come quello che abbiamo lasciato in Italia: cielo plumbeo e alcune goccioline di nebbia in sospensione. In aeroporto abbiamo subito due importanti conferme: 1- i nostri bagagli sono arrivati sani e salvi, 2- Tatta is still alive! Abbiamo faticato a riconoscerlo sotto la sua barba incolta, se non fosse stato per la sua mitica giacca blu della "Berghaus"!
La giornata è proseguita tranquilla: dopo un pranzetto al burger king (in aeroporto), abbiamo raggiunto la mitica Red House a Lyngby [si pronuncia come si pronuncerebbe in tedesco löngbö](un tratto in treno, un tratto in bus e un tratto a piedi; ma non c'è da spaventarsi, qui i trasporti sono efficientissimi e per prendere treno/metro/bus esiste un unico tipo di biglietto... sarà argomento di trattazioni future...) dove Tatta ci ha presentato ai suoi simpaticissimi coinquilini: Adrian lo Svizzero, Garret l'Americano, Louis lo Spagnolo e Jacek il Polacco. Dopo una breve visita alla DTU siamo tornati alla Red House dove Io Mark e Tatta abbiamo preparato i pizzoccheri! Avete presente mission impossible?
- in Danimarca non credo esistano le coste (o quanto meno non esistono al supermercato)... e ho messo la verza. Fin qui tutto normale
- in Danimarca non esiste ovviamente il Casera della Valtellina... ho usato il Fløde Aværti...
- nella Red House non esiste una pentola in grado di accogliere pizzoccheri-verze-patate-acqua-e-sale per più di quattro persone! Risultato: usiamo tre pentole dividendo in parti uguali verze, patate e pizzoccheri. Ovviamente inutile dire che nella Red House non esiste la bilancia
Comunque che ci crediate o no, i pizzoccheri erano veramente spettacolari! Parola di comaschi D.O.C.! (Certo, l'Americano sarebbe stato poco attendibile...)
La serata è proseguita con una mangiata di pane e salame (il secondo portato dall'italia, il primo era plastica made in taiwan...) e con una bevuta di un buon genepì. Successivamente stanchi morti siamo andati a nanna. Per la prima volta dopo mesi, tatta non ha bevuto birra durante il giorno, e per la prima volta (credo) nella sua vita ha dormito per più di tre ore di fila...
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